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L’Aborto e la sua Logicità

We Carry Your Fate

L’Aborto e la sua Logicità

Ci sono alcuni argomenti tipicamente circondati da una fitta nebbia. Tale si compone di sostanze condensate che possono portare il nome di ideologia, ambiguità, morale, etica, buonsenso e neo-sofismo.

Uno di questi, è l’aborto.

Mi sono recentmente trovato in una conversazione, come spesso accade, nella quale mi veniva chiesta la mia opinione in materia, che diedi, allegandovi le opportune argomentazioni, con relativa immediatezza.

Quando, però, mi fu domandato di dimostrare, attaverso l’impiego della logica, che la mia posizione era quella “giusta”, o quantomeno la migliore fra quelle discusse, mi trovai in grande difficoltà.

È questa una trappola propria della dialettica piuttosto interessante: quante volte sono infatti i conversatori conservatori a servirsi, nei loro tenzoni, di questa distinzione: ciò che è logico contro ciò che si macchia di irrazionale sentimentalismo.

Ebbene, in questa breve riflessione, proverò a dimostrare, con i pochi mezzi che possiedo, l’illogicità della logicità dell’aborto.

Essendo questo il proseguio scritto di una conversazione naturale, vi invito a criticare, correggere, ampliare, ribattere, corroborare quanto segue nell’apposita sezione dei commenti.

Ora, è possibile dimostrare che l’aborto sia, o non sia, una scelta “logica”? In sè, questa è una domanda priva di senso.

Infatti, il dubbio che dovrebbe seguire questo, immediatamente, è, logico rispetto a cosa?

Definire un’opzione logica o meno, in sè, privandola d’un contesto, una sequenza di fatti circostanziali o qualsiasi altra cosa possa definirne i contorni e i colori mentali, non è possibile.

Quello che è necessario, è, in primo luogo, una premessa. Un fine. Un obiettivo.

Se, ad esempio, la mia premessa è che tutti, o una percentuale per me inaccettabile, i maschi fra i venti e i trent’anni che da un paese A emigrano in un paese B sono dei criminali, e se il mio fine è garantire a me e ai miei cari un presente e un futuro sereno e sicuro, il mio obiettivo, e quindi la conseguenza logicalmente accettabile, sarà quello di prevenire tale emigrazione e/o snaturare il principio attivo dell’agente “criminale” in tali individui, come farei con una proteina.

In sè, qualsiasi opzione che rispetti la premessa e il fine, cioè che sia coerente a questi, è logicamente accettabile.

Se io voglio aumentare la mia media scolastica, mi dovrò porre come obiettivo, per semplificare, di conseguire dei voti più alti rispetto all’attuale media nei miei esami o nelle mie verifiche. Questo obiettivo, servo del mio fine, posso raggiungerlo in molteplici modi. Studiare è un’opzione, a livello teorico, tanto logica quanto copiare, o quanto corrompere, o quanto prostituirsi.

In base a cosa, allora, gerarchizzo la logicità delle mie opzioni?

In base alla premessa e al contesto in cui devo agire.

Nella mia premessa, piacenti o nolenti, devo fare alcune considerazioni. La mia scelta sarà influenzata dal mio codice morale? Se sì, in che misura? Quanto posso rischiare, ossia, quanto è importante per me avere una media più alta? Non a caso m’affretto ad invitare al ballo di questa disserzione termini quali morale o etica, visto che, come vedremo, sembrano curiosamente importanti quando si conversa d’aborto.

Se io so di essere un buono studente, e che la mia media insoddisfaciente non dipende da altri fattori che da un lutto in famiglia, per esempio, sarà per me più logico studiare. Viceversa, se io di essere un pessimo studente, sarà più logico considerare altre opzioni.

Se io so che il professore è innamorato di me, prostituirsi è una buona opzione. Dovrò però tenere conto del mio codice morale, e se quello che sto per fare s’accorda con questo o meno, e se l’incoerenza potrebbe arrecarmi danni persoanli ed emotivi peggiori rispetto a quelli che ne deriverebbero da una media più bassa.

Allo stesso modo, devo anche tenere presente il contesto, ad esempio: la mia classe. Se stono in classe, o in corso, con il figlio del preside, o del rettore, e se so che ci sono buone possibilità che questi venga a scoprire tutto e riferisca al genitore, tale elemento non può non incidere sulla mia scelta finale.

Ora che abbiamo delimitato il campo, andiamo ad affrontare il tema che più c’interessa in questo articolo, vale a dire: l’aborto.

L’aborto in sè, è un’azione, o un’opzione, perfettamente logica. Mettiamo che io sia uno studente o una studentessa universitaria, il mio fine è diventare ricco e potente. Il mio obiettivo, quindi nel breve-medio periodo, è quello di finire con successo i miei studi. Problema: resto gravida o ingravido una ragazza con la quale ha avuto rapporti sessuali. L’aborto è un’opzione assolutamente logica: mi sbarazzo del problema senza troppi rischi (grazie alla medicina moderna), e riprendo con serentità il mio percorso. Altro esempio: io voglio una vita felice con molti figli, ma mia moglie porta in grembo un figlio deforme, o malato, o (come nel mondo scientificamente e tecnologicamente più avanzato di domani potremo scoprire) con un QI leggermente inferiore alla media, o non abbastanza sopra, un figlio brutto, un figlio che sarà troppo basso, o col colore degli occhi che non si abbina col vestitino che voglio comprargli appena nascerà. L’aborto è una scelta logica? Sì, può esserlo, specialmente con i mezzi del futuro, dove sarà ancora più facile e meno rischioso commettere tale atto.

Esistono dei danni emotivi nel breve, nel medio, nel lungo periodo?

Ecco da dove partire per dimostrare, o meno, la logicità dell’aborto.

Prima, però, devo ultimare la delineazione di premessa e contesta, in pieno accordo con lo schema poc’anzi esposto. Cosa è l’aborto, o interruzione spontanea di gravidanza?

Facendo una media delle definizioni tecniche e legali che circolano nei vari paesi del mondo, è un’azione compiuta, o subita, dalla genitrice che porta in grembo il feto che ne determina la morte e l’espulsione, o prima la prematura espulsione e poi la morte a causa dell’incompatibilità con il grado di formazione dell’individuo feto e l’ambiente esterno (il feto è non formato, quindi non riesce ad adattarsi all’ambiente esterno rispetto all’utero materno, e ciò ne comporta la morte).

Ora, non esiste scienziato che possa definire il feto, l’embrione, il figlio, il bimbo, come individuo “proprietà” della madre o del padre: nel momento in cui c’è la fecondazione dell’ovulo, il figlio, la cellula figlia, comunque lo si voglia chiamare dal laboratorio al bar, è un individuo a sè stante. Eredita il patrimonio genetico delle due entità che lo hanno concepito, dallo spermatozoo del padre e dall’ovulo della madre, tutte le informazioni che gli permetteranno di costruire il suo corpo, dai piedi al cervello, dal colore dei capelli alla lunghezza del pene, secondo combinazioni e facendosi influenzare da variabili che ora è superfluo trattare.

Quel che conta, è che l’individuo, dal secondo uno, al parto, è compiuto, a sè stante. Gli ci vorranno un tot di settimane prima di acquisire capacità cerebrale, gli ci vorranno tot settimane prima che il cuore batta, ma è un individuo. Magari se lo uccidi nei primi tre giorni di vita soffre di meno, o non è affatto incapace di provare dolore, che dopo qualche mese, ma è e rimane un individuo “ospite” nell’utero della madre, ma pienamente diverso da questa, tant’è che possono capitare casi in cui i due sistemi imunitari non si riconoscano e si combattano credendosi l’uno una malattia rispetto all’organismo dell’altra (lotta nella quale il sistema materno tendenzialemnte massacra quello dell’infante).

L’embrione, o il feto, fin dal primo secondo di sviluppo, dipende interamente dalla madre: quello che lei mangia lui mangia, quello che lei sente lui sente, quello che lei prova lui prova. Questo fatto biologico incontrovertibile ha storicamente escluso il padre dal tema dell’aborto, e questo anche perché con lo sviluppo dell’umanità l’uomo è sempre meno utile alla sopravvivenza della donna, e quindi della madre, ma questo sarà argomento di un altro e ben più articolato saggio che pubblicherò a breve.

Cominciamo, quindi, ad entrare nel contesto.

Essendo la sola donna che deve sopportare e supportare la gravidanza, in buona sostanza, con aiuti possibili minimi dell’uomo rispetto all’immensità del suo sacrificio, la lotta sull’aborto si è spesso mescolata, a torto, durante il secolo scorso, con quella sui diritti e le libertà della femmina in una società vista e giudicata “patriarcale” o “maschilista”.

Le argomentazioni a favore dell’aborto erano le più varie, e potevano toccare punti di forte imbarazzo: v’erano femministe che reputavano embrione e feto non differenti rispetto ad un’unghia dei loro piedi o alla pelle che forma il labbro delle loro bocche. Una proprietà loro, patrimonio della loro integrità fisica, che quindi loro potevano gestire come volevano.

Pur potendo comprendere da un punto di vista emotivo l’accettazione di tali affermazioni, fa un punto di vista scientifico, sono, come visto prima, assolutamente insensate.

Il principale oppositore, almeno in Italia, Irlanda e Spagna, all’accetazione dell’aborto come un’opzione legalemnte intraprendibile fu la Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica è uno dei massimi esponenti dello spazio-tempo (al mondo e nella Storia) del mondo religioso.

La religione, tradizionalmente, è legata a principi morali ed etici.

Quello che esplose, e che esplode tutt’ora nelle convesazioni quando si parla di aborto, non è dunque uno scontro fra logica e morale, o logica ed etica, ma fra etica ed etica, fra morale e morale, fra soggettivo e soggettivo. Ci sono spesso casi in cui una o entrambe le parti sbagliano a livello oggettivo: ad esempio quando io per cattiva informazione impiego argomenti slegati dalla realtà (del tipo, l’embrione prova dolore ed elabora pensieri fin dal primo giorno di gravidanza come a un anno di vita, oppure, l’embrione è una cellula del mio corpo che poi per magia diventa altro, come la costola di Adamo).

Messa giù così, ancora non si capisce se sia possibile trovare risposta alla domanda che più ci perplime: l’aborto, o il non-aborto, è una scelta logica?

Non sempre, probabilmente, molto meno di quanto crediamo.

Questo perché siamo esseri umani. Nasciamo, viviamo, moriamo: siamo finiti, siamo limitati da un’infintià di fattori fisici e psicologici che ci impediscono, salvo giganteschi traumi, di allontanarci troppo da una sfera, un po’privata, un po’collettiva, che corrisponde a quello che io definisco lo “spazio vitale”.

Lo “spazio vitale” è quel luogo del corpo, del sentimento, della psiche, o, per chi ci crede, dell’anima, all’interno del quale io posso sopravvivere, e da lì, provare a vivere, e da lì, provare a raggiungere la felicità. Se io sono in un contesto o in un ambiente estraneo al mio spazio vitale, muoio. Ogni essere umano è condizionato da questo.

Se mi sparano, muoio. Se gli spagnoli nel diciassettesimo secolo schivizzano la mia tribù e mi deportano per farmi lavorare nelle miniere d’argento, anche se ho cibo e medicine per sopravvivere, quell’ambiente è culturalemente e mentalmente tanto diverso da quello nel quale io posso sopravvivere, che la mia psiche collassa e io muoio (vedere il fato delle tribù native del Sud America in tale periodo storico).

Ora, le condizioni in cui ci troviamo a vivere, ed è facile, tracciando la linea evolutiva rispetto a quelle del passato, indovinare quelle in cui vivremo da qui agli anni venturi, sono assolutamente incompatibili con lo “spazio vitale” umano. Non voglio trattare approfonditamente qui l’argomento, in quanto sarà anche questo argomento per un altro saggio, il quale verrà pubblicato a breve, ma è importante farlo presente, in quanto l’aborto è un tema strettamente connesso con quello della vita e della sopravvivenza umana.

Vincolati e dipendenti dall’anello della tecnologia, che, come l’Anello del Potere di Tolkien, sembra farci dimenticare del tempo che passa, siamo deboli. Le dita con le quali digitiamo sui nostri minuscoli schermi sono secche, eppure noi le crediamo grondanti il sangue di Dio, come affermò anzitempo Nietzsche. L’Occidente e vaste regioni dell’estremo Oriente rifiutano la religione e s’appellano ad ideali relativisti, lasciando che un caos ordinato sconquassi qualunque morale imposta da un qualsivoglia ente estraneo a loro e autorovole, che spesso appellano “loro” o “padre”.

Quel relativismo, quello sviluppo tecnologico, che doveva arricchirci, semplificare, quello che noi chiamiamo sviluppo, ha ampliato milioni di volte (non è un’esagerazione) il divario fra i patrimoni, e quindi i poteri d’acquisto, degli esseri umani (ahimè, mi costa ammetterlo, in pieno accordo rispetto a quando sentenziava Marx). Le macchine delle grandi aziende o relatà economiche come Amazon strappano il lavoro dalle mani dell’essere umano, le generazioni s’impoveriscono e lasciamo che siano i siti pornografici e i videogame ad occuparsi dell’educazione dei nostri figli, per poi lamentarci dei vaccini e delle scuole quando questi danno segni d’autismo o di disagio. Ci lamentiamo del prodotto, quando siamo noi, non “loro”, non i “potenti”, o i “padri”, a imporci nulla, ma noi stessi, a rinnovare un mortale e orrendo giuramento alla debolezza e alla comoda schiavitù e al servilismo.

In pieno accordo con quanto afferma l’entità politica da me creata, il Coro della Luna, la lotta contro questo nemico, questa fragilità emotiva, questo relativismo imperante, la depressione, la vuotezza dell’Abisso morale, è una priorità assoluta per garantire la sopravvivenza del genere umano.

Tutto questo è di fondamentale importanza nel dibattitto sulla logicità dell’aborto.

Come può essere logica una scelta che comporta l’omicidio?

In nessuna società umana l’omicidio, l’infanticidio, il femminicidio e via discorrendo era accettato. Persino l’uccisione degli schiavi e dei nemici sconfitti in fase di resa è sempre stato o punito o quantomeno fortemente criticato.

Questo per una semplice ragione di ordine pubblico.

Evitando citare Locke, Humme, Lobbes e Kant, non è difficile dimostrare l’incompatibilità fra l’azione dell’omicidio e la convivenza di più soggetti. In una società dove l’omicidio è liberalizzato, ed essendo, come stabilito, esseri umani, limitati, composti da razionalità e irrazionalità emotiva allo stesso modo, è molto semplice che s’instauri un macabro meccanismo di violenza e vendette private che portano al totale e passionale annullamento di quella comunità politica.

Ora, l’aborto è omicidio?

In termini tecnici, sì. Tramite l’aborto noi eliminiamo una forma di vita indipendente.

Chi difende l’aborto spesso fa leva prorpio su quest’ultimo termine da me, volutamente, impiegato: indipendente.

Essi infatti ritengono che l’embrione e il feto dipendano così fortemente dalla madre da non poter essere considerati pienamente umani.

Questa è una argomentazione valida, e logica, nell’ottica in cui io considero esseri umani solo quegli individui che non dipendono dagli altri, o da un solo altro, per la loro sopravvivenza (e quindi quasi nessuno di quelli che consideriamo essere umano generalmente lo è effettivamente), oppure se io creao una “gradazione”.

Il concetto della “gradazione” è molto comune nelle teorie della razza, fin dall’Alto Medioevo, dalla Cina, alla Spagna post-reconquista, alle potenze coloniali, alle Americhe, al Giappone, alla stessa Africa. Non esiste una società al mondo che non abbia prodotto teorie della razza (cioè, che non abbia diviso il mondo in razze in base a tratti psicosomatici, per poi ordianre gerarchicamente queste razze, mettendosi quasi sempre al primo posto, come razza o popolo eletto).

Tale tipo di ragionamento vuole disegnare recinti, contenitori, piramidi, scatole all’interno delle quali rinchiudere parole, forme, colori: è quello che noi facciamo ogni volta che impariamo qualcosa. Lo riconduciamo a qualcosa che già sapevamo, qualcosa di simile, e lo cataloghiamo, lo includiamo nella nostra esperienza.

Secondo questa logica, ci sono quindi alcuni degni dell’appellativo “essere umano”, e altri no. Coloro che fra di noi non hanno una percezione del mondo di un certo livello, per coloro i quali sostengono l’aborto, quindi, non sono umani. Questo, per logica, include tutti i malati di mente, in quanto è ragionevolmente difficile capire se un malato di mente (sto parlando di quelli gravi, non quelli con lievi ritardi) percepisca il mondo e la relatà a un livello accettabile. Se non con grande sforzo, io mi accerto del fatto che veda, che senta dolore, che provi emozioni, che elabori pensieri.

Gli anziani affetti da forte demenza senile sarebbero tutti quindi indegni del titolo “essere umano”: eppure molti di loro votano, pur nei limiti e nelle restrizioni di molte leggi dei paesi democratici.

Le persone, pardon, le creature in coma non sono esseri umani in molti casi: mi sarà risposto che però quelli dal come è possibile che ci escano, prima o poi. Quindi, loro possono non perdere il loro status di “essere umano”, e conservarlo, ma un embrione, che io so perfettamente in procinto di trasformarsi in un qualcosa che voi definite “essere umano”, non gode di questo diritto?

Le persone, pardon, le creature alle quali non batte il cuore per un arresto cardiaco, anche loro, in quei momenti hanno lo status di essere umano sospeso? E quando torna a battere, lo riacquistano per incanto?

Ci fu un uomo che ebbe il coraggio di “creare” una gerarchia chiarissima e precisa di quello che era “umano” e quello che era “inferiore”. Fu tanto bravo, che presto altri lo seguirono, seppur nel solo modello d’intervento epurativo, non nel contenuto.

Joseph Stalin on ritenva umani i capitalisti, e fu il secondo più grande assassino della storia, dopo Mao, e prima di Hitler, il quale condivideva col collega russo l’odio non solo per i capitalisti, ma anche per gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali.

Il regime di Hiro, in Giappone, non rietenva pienamente umani i cinesi, e sappiamo tutti quello che successe in Manciuria. Gli antichi egizi non ritenevano umani gli schiavi, e disponevano della loro vita come fossero oggetti, con i dovuti limiti già sopra citati, similmente i greci, i romani, gli statunitensi.

Cosa è umano? Siamo noi in grado di creare una scala, una gerarchia, una serie di paletti e limiti?

Ammettiamo però, d’altronde, di questo si tratta, che coloro i quali sostengono l’aborto creino una scala simile a quella hitleriana, tale per cui un certo tipo di esseri viventi debbano o possano liberamente essere eliminati in quanto inferiori. Anzi, in questo caso, la crudeltà sarebbe di molte misure maggiore rispetto a quella macchiata d’ideologia dei grandi dittatori del passato, in quanto almeno per loro capitalsiti, Tutsi, omosessuali ed ebrei rappresentavano una vera minaccia al genere umano, per noi, i feti, salvo casi limite e comunque ridotti statisticamente nel numero rispetto al totale delle operazioni di aborto effettuate, non rappresentano una minaccia psichicha o fisica nemmeno al singolo individuo che li porta in grembo.

Sarebbe logico, se noi consideriamo, come è legge ora in molti paesi, uccidere creature in procinto di, ma non ancora, essere umani?

No.

Molteplici sono gli esempi di società dove in alcuni casi l’omicidio è ammesso in casi specifici e logicamente sensati: dal sacrificio umano al duello d’onore al diritto di legittima difesa.

Quindi l’omicidio, o l’interruzione della vita per meglio dire, di feti ed embrioni a varie fasi d’età, non andrebbe, in questo caso raccapricciante ipotizzato, che è la nostra disumana condizione attuale, ad inficiare l’ordine pubblico.

Quello che però non consideriamo è la nostra incapacità, nonostante i nostri continui sforzi, a trasformarci in macchine.

Più noi insistiamo lungo questa via tremenda, di automatizzazione degli individui, più assistiamo al moltiplicarsi di infelicità, depressione, suicidi, disperazione, caos, degrado.

Purtroppo un grave limite che hanno coloro i quali amano discutere è la carenza d’esperienza. Anche questa, è un’accusa che intendo rigettare e rivolgere contro coloro che me l’hanno scagliata addosso.

L’accusa è: tu parli di aborto, ma tu non puoi sapere cosa vuol dire essere violentanti e portare il frutto di quell’orrore in grembo. O ancora, tu parli dell’aborto, ma non puoi sapere il panico che si prova ad aver ingravidato la propria compagna quando si è troppo giovani. E via discorrendo.

Ma, signori e signore miei, è logico quanto qui sopra detto?

Sì, eppure, tanto facilmente contestabile a chi muove in primis l’accusa.

Voi potete sperimentare tutte questo elenco di esperienze che citate con tanto vigore?

Viviamo in un’epoca nella quale l’esperienza è in grande sofferenza, in deficit, in carenza totale e assoluta. Ci siamo dimenticati che cosa vuol dire vivere, cosa vuol dire ricordare, e ci prepariamo a una tornata orribile della Storia. Poiché di questo si compone l’essere umano: storie. Memorie. Fatti vissuti sulla propria pelle o narrati da persone delle quali ci fidiamo.

Se combattiamo la guerra, ne apprezziamo i pregi e i difetti, sondiamo, bilanciamo, ne vediamo i risultati, esprimiamo un giudizio, in merito, che ci vincola: coloro i quali hanno combattuto la Seconda Guerra Mondiale ripudiavano il conflitto armato, e similmente insegnarono ai figli e ai nipoti. Non perché avessero imparato a scuola da un maestro del quale a stento sapevano il nome che la guerra fosse sbagliata, ma perché l’avevano sofferta, vissuta, perché la Guerra aveva ucciso un fratello, una madre, aveva causato la perdita di un arto o costretto a massacrare innocenti.

Nel momento in cui, però, l’esperienza si dissolve dinnanzi allo scorrere del tempo, la memoria viene meno, e tutto ciò che aveva un senso concreto, reale, diviene materia speculativa, di discussioni inutili, irresponsabili, fredde.

Similmente si può dire della discussione sulla logicità dell’aborto, o sulla sua licenza: quei numerosi casi tanto spesso citati come fossero giudizi vincolanti del Common Law anglosassone, quegli esempi estremi, quei casi limite, quale valore effettivo anno?

Come può una persona parlare di aborto se non ha mai conosciuto qualcuno che ha commesso aborto, o che, pure in quelle circostanze tanto oscure (feto deformato, violenza sessuale, giovanissima età) nelle quali sembra impossibile praticare una scelta di Vita, ha scelto liberamente di non abortire?

A noi piace blaterare, chiacchierare, argomentare: ma cosa ne sappiamo noi?

Da questa specie di malinteso trova alimento l’Abisso, il demonio, il caos. Da questo appropriarsi di cose che non possiamo sapere: può un sacerdote, un celibe, parlare di violenza sessuale? Può una donna, magari senza fratelli, senza aver vissuto col padre, lesbica, priva di amici maschi, parlare e disquisire della violenza intrinseca nel genere opposto al suo?

L’esperienza insegna molto più dei libri ed è molto più efficacie ed efficiente dei ragionamenti macchinosi e prettamente logici.

L’aborto, è, in conclusione, uno di quegli argomenti stupidamente spinosi e inutilmente ambigui. Esistono fatti chiari, scientificamente espliciti, ai quali seguono, o meno, scelte inopinabili, d’incontrovertibile interpretazione. Come spesso accade quando è il Male a parlare, i termini e l’ordine delle cose tende ad essere poco chiaro, confuso, distorto. Ma il Male non può vincere la pace, la distensione, la calma e il coraggio necessario ad affrontare la verità. Pur nascosti dietro la più grande delle scusanti, o impugnando dati errati e privati del loro contesto, pur cavalcando l’onda di sdegni e accusando il mondo d’un ignoranza che, invero, appartiene soprattutto a loro, coloro i quali difendono la libera scelta d’abortire nella maggior parte dei casi assumono questa posizione senza rispettare la logicità e la coerenza della stessa rispetto a tutti gli altri schemi di comportamento e valore che hanno scelto, nella vita, di abbracciare.

Abrami Emanuele, Re de Il Coro della Luna

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